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4/4/2009

Quote latte: un'occasione perduta
di Michele Leone


La lunghissima storia delle quote latte inizia nel 1984, quando la Comunità Europea per far fronte alle eccedenze del latte e dei suoi derivati, decide la regolamentazione della produzione attraverso quote. All'Italia furono assegnate quote non corrispondenti alla realtà: circa il 50% in meno dell’effettiva produzione.

Da questo "errore", provocato essenzialmente dall'inadeguatezza dell'epoca a rilevare correttamente i dati produttivi, si sviluppano le vicende che negli anni hanno generato la querelle "quote latte", fino ai recentissimi avvenimenti. Infatti, ben presto ci si rese conto che i quantitativi prodotti eccedevano la quota assegnata e cominciarono a fioccare sanzioni dall’Europa. Fino agli anni ’90, l'UE considerò l’Italia come un’unica grande azienda e le multe furono, di fatto, pagate dallo Stato, a fronte di una minor erogazione dei fondi UE a discapito del mondo agricolo. Poi, la Comunità, contestando i dati produttivi comunicati dall'amministrazione avviò il contenzioso.

Dopo un lungo negoziato con gli uffici comunitari, l'Italia è pervenuta nell'autunno del 1994 alla definizione di una soluzione con cui, mentre otteneva una consistente riduzione del prelievo dovuto ed un aumento della quantità nazionale, si impegnava a gestire il regime secondo le nuove regole comunitarie. Sono piovuti ricorsi alla magistratura amministrativa e conseguenti sospensive. Nel frattempo gli allevatori sono diminuiti notevolmente, quelli rimasti hanno continuato a ricorrere, facendo lievitare l’importo del contenzioso. 
 
Nel corso degli anni, per cercare una soluzione, è stato prodotto di tutto. Se al ministro Zaia, da una parte, va riconosciuto di aver affrontato questa annosa vicenda, prendendo giustamente spunto dalla riassegnazione di quote vere all’Italia, dall’altra non si può non rilevare un’incapacità manifesta della maggioranza a risolvere la questione con il salto di qualità necessario. È all’azione dei gruppi parlamentari PD, nelle commissioni competenti e in aula, che si deve il tentativo di far decollare un confronto ed un dibattito più generale sullo sviluppo del settore e la denuncia dell’ingiustizia, nata forse fuori dagli ambienti della politica, che concede una sanatoria a quanti su questa situazione hanno speculato.

Purtroppo il governo e la maggioranza hanno preferito ricorrere al voto di fiducia, anche per mascherare i propri maldipancia interni, piuttosto che al confronto parlamentare. Il maxiemendamento sugli incentivi, nel quale è confluita la questione delle quote e su cui il governo ha posto la fiducia, non solo non si cimenta con la necessità di dare risposte ai problemi che lo sviluppo del settore richiederebbe, ma favorisce quei pochi allevatori che non hanno rispettato la legge. Tra l’altro si introducono elementi gravi di ingiustizia e turbative della concorrenza, usando le nuove quote per quanti hanno agito nell'illegalità a danno degli onesti che hanno effettuato a proprie spese investimenti in innovazione nel settore. È infine rimasto fuori dal maxiemendamento il finanziamento del Fondo di solidarietà nazionale per le calamità in agricoltura. Un ritardo che rappresenta una grave minaccia: mette a rischio il futuro delle aziende, ma in particolar modo non consente in un periodo così scuro dell’economia, di poter affrontare in modo sereno e duraturo le sfide del mercato che gli imprenditori agricoli ogni giorno vivono.
 
Che dire? Non basterebbe un libro, per rappresentare lo storia dell’agricoltura italiana nel suo complesso, come non basterebbe un biblioteca per raccontare le difficoltà che di volta in volta affronta questo settore. Fronteggiare ancora una volta questi problemi con il piglio decisionista è un errore, soprattutto di metodo. L’agricoltura nel macro contesto dell’economia non ha mai trovato il giusto riconoscimento . Eppure “l’agricoltura” è quello che mangiamo, è il territorio, è ciò che respiriamo, è un elemento essenziale del futuro. La differenza nel governare i processi sta nella politica, nelle persone che le danno gambe, nella loro storia, cultura, voglia di fare, capacità di risolvere i problemi, ma anche nell’umiltà del confronto.
 
In quest’ultima vicenda, ogni associazione più o meno grande ha preso una posizione. Senza dubbio spicca e appare equilibrata quella della Coldiretti che, con responsabilità ed autorevolezza, ha richiamato le priorità. Due per tutte: il rischio chiusura di molte aziende e il basso prezzo del latte alla stalla. Si trattava e si tratta di un richiamo forte per le istituzioni e per gli attori del settore: confrontarsi, guardare avanti al futuro. Tutti e nessuno escluso, avrebbero dovuto sforzarsi dall’inizio per trovare un punto comune, forse occorreva più tempo, più impegno per un piano strategico nazionale generale. Il voto di fiducia ha imposto, nuovamente, uno stop gratuito.
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31 Maggio 2015
Postato da Redazione

Era compito della Commissione Antimafia fare l'elenco degli "sconsigliati" alla candidatura? Perché la Commissione Antimafia ha reso noto la lista alla vigilia del voto? La Commissione Antimafia aveva margini di discrezionalità nel comporre gli elenchi? Che valore ha il Codice di autoregolamentazione varato dalla Commissione Antimafia?
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