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16/7/2009

Il contributo dei Democratici davvero


Queste note non hanno la pretesa di configurare una compiuta mozione congressuale. Questo è il compito dei candidati segretari. Più modestamente ci proponiamo di fissare alcuni punti politicamente qualificanti il contributo dei Democratici davvero e dunque le condizioni del loro sostegno al candidato segretario.


L'origine dei Democratici davvero


Il nostro punto di vista non può che affondare le sue radici nell'origine dell'esperienza politica dei Democratici davvero, che si sono costituiti in occasione delle primarie dell'ottobre 2007 - atto di nascita del PD - intorno a una proposta politica e a una candidatura alternative a quella di Walter Veltroni. Alternativa sia quanto al progetto, sia quanto al soggetto del PD.
Circa il progetto, i Democratici davvero hanno sempre concepito il PD come lo sviluppo e la realizzazione dell'Ulivo, non come la sua sconfessione da inscrivere nella teoria veltroniana dei quindici anni da buttare. Memori come eravamo e come siamo non solo delle cose buone realizzate dai governi dell'Ulivo, ma soprattutto del valore e dei meriti di quel progetto politico. Si pensi solo all'ascesa a responsabilità di governo, per la prima volta nella storia della Repubblica, di un centrosinistra organico, con il conseguente sblocco della democrazia italiana grazie a una fisiologica alternanza. Intendiamo confermare la nostra ispirazione ulivista, consapevoli che occorre iscriverla dentro le nuove coordinate.

Circa il soggetto PD, vale la denominazione che ci siamo dati. Una denominazione cui non è estranea una valenza critica e polemica. Contro la chiusura e la burocratizzazione dei vecchi partiti, contro l'arroccamento dei suoi gruppi dirigenti (molti sono coloro che si sono affacciati per la prima volta alla politica attraverso i Democratici davvero); ma anche contro la velleitaria scorciatoia del leaderismo assecondata dal generale avallo dato a primarie ridotte a rito plebiscitario intorno al candidato pensato come unico. Con la forviante idea che dal capo sortisca il partito (inesorabilmente strutturato come partito del capo e dei suoi sodali) e non viceversa.

Ma la sigla "Democratici davvero" non si esaurisce nel suo significato interno al partito. Essa allude altresì allo sviluppo e all'espansione della democrazia che per noi costituiscono la missione sintetica del PD. Da queste tre premesse - l'Ulivo, la democrazia nel partito, la democrazia come compito e missione  - sortiscono i punti qualificanti del nostro contributo.


Riconoscere errori e sconfitte politiche


Il primo nostro dovere è quello di riconoscere gli errori e le sconfitte che abbiamo incassato e la loro natura genuinamente politica: alle elezioni politiche e a quelle amministrative, a Roma, in Abruzzo, in Sicilia e in Sardegna. Sconfitte politiche e non solo elettorali. E' incredibile che qualcuno si ostini a raccontare l'esito delle politiche come un mezza vittoria. Come se nulla fosse successo e non vi fossero state le dimissioni traumatiche di Veltroni. Chi fa la scelta del bipolarismo deve giudicare il risultato delle competizioni elettorali anche e soprattutto con riguardo al rapporto che si realizza tra i due poli, un rapporto che oggi ci vede decisamente soccombenti. Così pure chi rivendica una ben intesa vocazione maggioritaria non deve guardare solo ai risultati numerici, ma anche alla qualità delle relazioni politiche con gli alleati attuali e potenziali. Uno dei principali guasti prodotti dalla cosiddetta "nuova stagione" è l'interruzione di un sistema di alleanze e di processi unitari messi in moto dall'Ulivo in dodici lunghi e difficili anni. Ricucire quella trama non sarà facile, né breve. A questo esito hanno concorso due fattori: la velleitaria teoria dell'autosufficienza del PD e l'acritico allineamento alla campagna denigratoria verso Prodi e il suo governo, che pure aveva fatto alcune cose buone. Una dissociazione vana e autolesionista prima che ingiusta e ingenerosa, perché è stato gioco facile alla destra rimarcare che gli uomini del PD che capeggiavano le sue liste elettorali rappresentavano la struttura portante di quel governo.

Questa è la prima, decisiva discriminante congressuale: tra chi non esita a fare un onesto esame critico e autocritico degli errori e delle responsabilità di sonore sconfitte politiche e chi le rimuove all'insegna dello slogan "ripartire dal Lingotto".


Una ripresa non nominalistica dell'Ulivo


Dopo due anni di rinnegamento o di dimenticanza, oggi un po' tutti tributano il loro omaggio di rito all'Ulivo. Noi ne diffidiamo. La ripresa di quell'ispirazione non può essere retorica, rituale, nominalistica. È bene perciò richiamare la sostanza dell'Ulivo, condensata in alcune parole chiave: bipolarismo ovvero democrazia competitiva e dell'alternanza; governi scelti dai cittadini; democrazia imperniata sì sui partiti, ma da restituire al protagonismo dei cittadini; democrazia governante oltre che della rappresentanza; partito di centrosinistra motore e timone di una più vasta alleanza riformatrice e di governo nitidamente alternativa al centrodestra e dunque indisponibile a ogni suggestione consociativa; partito effettivamente plurale, espressione di una sintesi creativa delle culture e delle tradizioni riformiste. Diventare partito post ideologico e plurale significa superare modelli e categorie di interpretazione della realtà ormai logorati (dalla socialdemocrazia alla terza via per intenderci) e affermare un originale pensiero politico.

Nel Pd i cattolici democratici non sono una parte aggiuntiva, una componente a cui si chiede di "rappresentare"  e "interpretare" le istanze del mondo cattolico italiano. L'ispirazione del cattolicesimo democratico, con il principio della laicità, l'autonomia della politica e il primato della persona umana, sono un lievito coessenziale a dare forma ad una nuova identità democratica.

Questo sforzo di elaborazione politica e culturale sarà tanto più fecondo e innovativo se saprà assumere come essenziale e fondante una sintesi vera e non una semplice giustapposizione delle sue culture fondative.


Antiberlusconismo? Basta intendersi!


Per chi fa della "questione democratica" il centro della propria iniziativa politica, è doveroso fare chiarezza nella disputa sul cosiddetto antiberlusconismo. Un nodo troppo cruciale in questa fase della politica italiana perché il PD possa permettersi di oscillare tra ossessione e minimizzazione, tra demonizzazione e pratiche consociative. Ma sopra ogni cosa è d'obbligo guardare in faccia la realtà, chiamare le cose con il proprio nome, fare una disanima oggettiva del volto peculiare della destra italiana. La nostra lettura suona francamente così: Berlusconi e, più ancora, il berlusconismo, il loro mix di dispotismo, di populismo e di maschilismo, rappresentano un problema, anzi, un'insidia reale e concreta per la democrazia italiana e dunque vanno contrastati con la massima energia. Senza sconti, senza snobismi, senza carinerie. La riduzione degli spazi di libertà e di democrazia è sotto i nostri occhi: l'esautoramento del parlamento, la pressione sugli organi di garanzia, le minacce all'autonomia e all'indipendenza della magistratura, il bavaglio all'informazione, il pervasivo conflitto di interessi. Tutti fronti, questi, di una battaglia politica nella quale il PD non deve più essere secondo a nessuno.

Non ci devono ingannare le odierne difficoltà di Berlusconi, la sua palese impresentabilità anche morale. E dobbiamo essere consapevoli che l'avvio di una fase declinante non erode il consenso che la destra intercetta nel paese. Berlusconi passerà anche la mano ma ci consegnerà un'Italia imbevuta delle sue parole d'ordine e del suo stile di vita con la quale dovremo fare i conti. Per questo il Pd deve dare alla propria opposizione il profilo di una visione alternativa che sappia restituire forza e credibilità alla nostra capacità di governo del paese.


La Costituzione come presidio della democrazia


Dentro una democrazia insidiata, la Costituzione rappresenta il primo e più fondamentale presidio: i suoi principi, i suoi diritti fondamentali, le sue garanzie, i suoi equilibri interni. Le Costituzioni contemporanee e, più in genere, il costituzionalismo democratico nascono con il preciso scopo di mettersi dietro le spalle i regimi assolutisti, di opporre un argine al potere politico e alle sue indebite pretese. E' il profilo garantista e liberale della democrazia moderna che dobbiamo custodire e difendere con fermezza. C'è poi un articolo della   Costituzione che ci è particolarmente caro. Trattasi dell'art.11, che proclama solennemente il principio internazionalista e della pace. Un articolo che va preso tutto intero: nel netto ripudio della guerra ma, insieme, nel positivo impegno a cooperare attivamente per e con le organizzazioni internazionali che presiedono alla sicurezza e alla pace. Pronti ad assumerci le responsabilità conseguenti nel governo del mondo e nella gestione dei conflitti, ma sempre e solo nel quadro della legalità internazionale quale certificata dall'ONU. L'art. 11 deve rappresentare la stella polare della politica estera e di difesa italiana. Ma dobbiamo farci carico anche del profilo sociale e della dinamica espansiva della democrazia costituzionale, quella raccolta soprattutto dentro gli articoli 2, 3 e 4, che chiamano la politica ad assicurare l'universalità e l'effettività dei diritti di cittadinanza, rimuovendo gli ostacoli materiali che si frappongono al loro concreto esercizio. E' qui il fondamento costituzionale di un moderno welfare universalistico e di una politica attiva del lavoro che ci devono vedere in prima linea.  


Riformismo, non moderatismo


Quest'ultima dimensione della democrazia costituzionale deve stare particolarmente a cuore a una formazione politica di centrosinistra quale il PD. Va fugato un equivoco connesso all'uso e all'abuso della parola riformismo, spesso invocata anche a sinistra come sinonimo di moderatismo o come retorica dell'innovazione (altra parola magica!), senza la cura di precisare il segno, il senso, la direzione di essa nei rapporti sociali, nella distribuzione sociale delle risorse e del potere. Riformismo è parola che va restituita alla sua radice etimologica, da intendere cioè come tensione a dare forma nuova al corpo sociale, a cambiare l'assetto della società, a colmare gli squilibri nei rapporti tra donne e uomini e tra i gruppi sociali. Senza più vergognarsi di dichiarare l'obiettivo, etico e politico, di riformarli nel senso di un di più di giustizia e di uguaglianza. Ponendo fine a una subalternità culturale prima che politica ai paradigmi e alle ricette della destra. La sinistra italiana, nella sua storia, ha commesso molti errori, ma ne aggiungerebbe un altro se rinunciasse al valore dell'uguaglianza, naturalmente nella libertà, che ha informato la sua tradizione.


La laicità dell'incontro


Anche la laicità del PD può essere inscritta sotto la cifra di una democrazia matura. Una laicità positiva, del confronto e dell'incontro, che si nutre di due elementi: una rigorosa distinzione di ambiti e di responsabilità tra istituzioni civili e istituzioni religiose, tra religione, morale e legge, ma, insieme, il positivo apprezzamento per il contributo che può venire dalle religioni (al plurale) dentro lo spazio pubblico. Naturalmente, il riferimento è alle religioni che non si snaturano, che non tradiscono se stesse degenerando nel settarismo e nell'intolleranza. Il PD ha da essere partito laico e di laici, credenti, non credenti o diversamente credenti. Uomini e donne cioè, che, attingendo alla ragione umana quale facoltà universale e praticando le procedure e le regole della democrazia, dialogano tra loro e cooperano al bene comune. La laicità si alimenta di equilibrio e senso della misura, di rispetto reciproco e di confidente dialogo. Non si rende un buon servizio né alla laicità né al partito brandendola come una bandiera congressuale di parte. Non ci riconosciamo né nelle posizioni che indulgono a un laicismo militante, né in quelle clericali sul tipo dei teodem. Posizioni programmaticamente refrattarie alla mediazione culturale e politica quale è prescritta dentro una società pluralista e a un regime democratico. Del resto, teodem è espressione contraddittoria in radice: non c'è il partito di Dio, Dio è uno e la democrazia è dei molti, non si mette Dio ai voti (La Pira), non si nomina Dio invano.  E' una posizione estranea, anzi opposta, a quella del cattolicesimo democratico e che, con sorpresa, vediamo associata a posizioni che si dichiarano liberali.


La crisi come occasione per cambiare


E' francamente irresponsabile da parte del governo la minimizzazione, al limite della rimozione, della crisi che ci attanaglia. Spetta dunque a noi denunciare tale peccato di omissione e agire positivamente in tre direzioni. La prima: avanzare proposte per fronteggiare l'emergenza, con misure tempestive ed efficaci, all'altezza della portata della crisi economica e sociale. Vi sono provvedimenti che non possono essere rinviati a domani. La seconda azione: operare una disanima in profondità della natura e delle cause della crisi, che è di modello, di regole, di cultura e di struttura del nostro capitalismo. Il dogma e le ricette liberiste hanno rivelato la loro inadeguatezza. Non bastano ritocchi ai margini interni al modello, si richiede un ripensamento in radice di esso e dei suoi presupposti culturali. La terza, conseguente azione: si tratta di cogliere l'occasione della crisi per cambiare, per mettere in cantiere riforme di struttura troppo a lungo rinviate. Riforme audaci e radicali, non semplici soluzioni che si limitino a fluidificare e razionalizzare il sistema lasciandolo così come esso è nelle sue linee portanti. Riforme che restituiscano un ben inteso primato alla politica nell'esercizio del suo compito più proprio e più alto: quello di disegnare la direttrice di sviluppo dell'economia e della società, nonché di assicurare a tutti quei beni pubblici che fanno tutt'uno con i diritti di cittadinanza. Questa direttrice non può che avere come quadro di riferimento generale l'Europa, che il PD deve assumere come il nuovo spazio della sua azione politica, nella quale il Pd deve proporsi in modo convinto come motore di una concreta integrazione economica, sociale e  politica.

Indichiamo alcune priorità:

Il lavoro al centro
Nuove politiche per l'occupazione capaci di realizzare l'incontro virtuoso tra abilità, competenze e posizione lavorativa in un contesto che offra garanzie e permetta flessibilità anche investendo nella formazione a tutti i livelli e lungo tutto l'arco della vita, senza aprire nuovi conflitti tra padri e figli, giovani e anziani. Politiche che valorizzino la presenza delle donne e permettano a tutte l'ingresso nel mercato del lavoro e al tempo stesso la libertà di mettere al mondo dei figli. Rimettere al centro il tema del lavoro, in tutte le sue articolazioni significa anche misurarsi con le forme della rappresentanza sindacale. Consapevoli delle difficoltà che oggi le attraversano e coscienti che l'autonomia della politica dal sindacato fa venire meno le ragioni della loro divisione.     

Un nuovo welfare
Un welfare davvero inclusivo, con un sistema scolastico e un sistema sanitario imperniati su un servizio nazionale pubblico e efficiente, con politiche di sostegno alla famiglia, all'infanzia e agli anziani, che interpretano il primato dell'offerta pubblica nei beni sociali alla luce di una corretta sussidiarità e del ruolo del volontariato e del terzo settore.    

La mobilità sociale: una priorità per i giovani
Il rilancio della scuola pubblica, della formazione, della ricerca come motore del cambiamento. Il rilancio delle liberalizzazioni che favorisca la mobilità sociale, nel quadro di un sistema ove la politica non abdichi al compito di regolazione e di indirizzo in vista di uno sviluppo civile armonico.

Green economy
Una politica energetica che faccia leva sulla green economy e l'innovazione tecnologica, per ancorare la crescita economica alla sostenibilità ambientale senza ricorrere le ricette della destra di un ritorno al nucleare.  

Il nord e il sud: questioni nazionali
Un progetto di rinascita del Mezzogiorno, senza il quale non c'è soluzione neppure per la questione Settentrionale. Nel Sud c'è bisogno di scelte forti per interrompere l'esodo delle sue migliori energie, contrastare lo strapotere delle mafie, mettere in rete le esperienze sociali e imprenditoriali positive e premiare la cultura della legalità che le può alimentare. La risposta alla questione meridionale (ma anche a quella settentrionale) non sta nella scorciatoia del partito del sud (o del nord) ma in un partito nazionale a base autenticamente federale, che investa davvero sull'autonomia politica e organizzativa dei territori, a cominciare dalle regioni. Ma dentro una visione e un disegno unitario.

Sicurezza ed immigrazione
Uno sviluppo nel quale le stesse ragioni della sicurezza, cui l'opinione pubblica è tanto e giustamente sensibile, si coniughino e si rafforzino grazie a politiche pubbliche tese alla coesione sociale e alla piena integrazione delle persone immigrate.
La crisi, non una crisi qualsiasi, esige non meno di questo da una classe dirigente lungimirante che non si contenti di amministrare pigramente un sistema che non regge più o, peggio, che non indulga alla demagogia.


Partito vero, primarie vere


Rispetto all'esperienza recente anche noi vogliamo più partito, con specifico riguardo alla funzione che la Costituzione assegna ai partiti: non solo la raccolta del consenso, ma anche l'elaborazione della proposta politica, la mediazione virtuosa tra società e istituzioni, la selezione della classe dirigente. Non attraverso la cooptazione in una logica di marketing, ma selezionando un personale politico coerente con la proposta politica del partito. Anche in questo dobbiamo essere alternativi al PDL.

Un partito plurale vive di una ricca democrazia interna e si nutre di un vivace pluralismo e di un fecondo confronto
. Un partito, scuola di democrazia e libertà, che costruisce la propria unità di azione e di linea politica facendo leva sull'intelligenza, la lealtà, il rispetto, l'amicizia, il senso di responsabilità dei propri militanti e dei propri dirigenti. In cui la classe dirigente sia, a tutti i livelli, espressione di competenze reali e di un rapporto aperto e dinamico con la società civile anziché di una burocrazia autoreferenziale di partito e di funzionari. Non deve più capitare che gli organi dirigenti nazionali siano nominati dall'alto anziché  eletti e che i luoghi effettivi della decisione siano informali, discrezionali, extra statutari. Perché il PD sia partito vero e democratico davvero, la precondizione è che esso sia organismo collettivo e non discrezionale emanazione del capo, che esso rispetti le regole che si dà, che si avvalga degli organi - di dimensioni gestibili e rappresentative - previsti dallo statuto. Altrimenti con quale credibilità possiamo denunciare il carattere monopersonale e la deriva cesarista di Berlusconi?

Ma un partito vero, democratico, strutturato, radicato nella società, con una sua base di aderenti e militanti, non esclude affatto, anzi esige, quale correttivo e complemento, lo strumento delle primarie, intese come apertura al coinvolgimento dei cittadini nell'elezione dei  suoi dirigenti.  Primarie anch'esse vere, alle quali possa partecipare non un insieme indistinto di persone, talvolta reclutate all'ultima ora, ma cittadini informati e desiderosi di contare che si siano iscritti alle liste degli elettori in appositi registri entro un tempo definito in modo da rendere veramente democratica e credibile la competizione tra diversi candidati.


Certo, le primarie sono un mezzo e non un fine. Un mezzo da perfezionare e tuttavia un mezzo prezioso, dal quale non si deve tornare indietro, per dar corpo a un partito nuovo e aperto al contributo attivo di elettori e simpatizzanti. Siamo stati i primi e i più risoluti nel denunciare le contraddizioni delle regole che hanno presieduto alle primarie del 2007. Regole ispirate al proposito di plebiscitare il candidato unico, a sostegno del quale si autorizzavano più liste dal profilo politico diverso e spesso confliggente. Con il risultato di eleggere un candidato associato a tante e perciò a nessuna linea politica, privo cioè di un mandato politico univoco e riconoscibile. Ma quella falsa partenza, avallata un po' da tutti, non autorizza a gettare il bambino delle primarie insieme all'acqua sporca della loro cattiva gestione politica. Primarie vere significa innanzitutto competizione aperta e plurale tra candidati (e politiche) distinti e distinguibili, confronto trasparente tra visioni e linee politiche diverse, dalle quali poi sortisca un leader sostenuto da una maggioranza politicamente qualificata cui lealmente corrispondano una o più minoranze interne. L'unanimismo di facciata è - ci si passi il bisticcio  - l'altra faccia della deprecata litigiosità. Fuor di retorica e di ipocrisia, nei partiti, c'è un solo modo per venire a capo dei conflitti: non le prediche, ma la sublimazione di essi in un confronto trasparente, aperto, disciplinato dentro gli organi rappresentativi di tutti.


Questione morale ben intesa


Il Pd nasce, lo abbiamo ripetuto più volte, per restituire dignità e qualità alla politica, per colmare la distanza tra i cittadini e le istituzioni. Deve essere il partito della legalità intesa come il potere di chi non ha potere, l'argine irrinunciabile al rispetto delle regole e alla divisone dei poteri. Non siamo né moralisti né giustizialisti.

Rifiutare il moralismo e il giustizialismo non autorizza a esorcizzare la questione morale ben intesa. Che esiste e va presa sul serio da parte nostra. Essa ci interroga almeno sotto quattro profili. Innanzitutto come rispetto della legalità comune. Amministratori e dirigenti del PD devono essere rigorosi ed esemplari nel rispetto delle leggi. È il livello minimo. Su di esso non dobbiamo farci dettare da altri la regola secondo la quale non si candidano a cariche pubbliche persone gravate da condanne definitive. Secondo: la politica, nel selezionare la classe dirigente, deve essere più severa e selettiva del diritto penale, deve adottare misure prudenziali che prevengano l'intervento della magistratura. Specie in certi territori a rischio. Terzo: le patologie sono spesso figlie di una troppo assidua e prolungata frequentazione del potere. È questione sommamente politica: quella dell'avvicendamento e del ricambio, dell'interpretazione del mandato politico-amministrativo come servizio reso alla comunità per un tempo determinato per poi passare la mano. È problema di regole (la limitazione dei mandati) che il partito deve dare a se stesso, ma è anche problema di costume.

Infine, la questione dell'etica dell'uomo pubblico. L'avvilente spettacolo di queste settimane ci impone una riflessione: all'uomo pubblico non può essere consentito tutto. Agli onori devono corrispondere gli oneri. Essendo posto sotto i riflettori, egli ha il dovere della verità, della trasparenza  e della sobrietà nei comportamenti. Non è necessario indulgere a una visione pedagogistica della politica e delle istituzioni per concludere che l'uomo pubblico posto al vertice delle istituzioni, nel bene e nel male, rappresenta oggettivamente un riferimento e un esempio. Tale responsabilità è oggi potenziata da due fattori: la mediatizzazione della vita politica e la crisi che attanaglia il paese costringendo i cittadini comuni a un tenore di vita intessuto di sacrifici a fronte dei quali certi comportamenti suscitano giusto scandalo e indignazione.

Il PD deve contare su amministratori e dirigenti la cui condivisione della vita dei cittadini si esprima anche in uno stile di vita sobrio, rigoroso, responsabile.


Alleanze espressamente ricercate


Abbiamo pagato a caro prezzo l'errore della pretesa autosufficienza. Si è immaginato che il bipartitismo fosse non già, semmai, un traguardo, ma una condizione già acquisita. Con il brillante risultato di certificare la divisone nel nostro campo, nel mentre, nel campo avverso, si sviluppava all'opposto un processo di aggregazione. Come ha osservato Prodi, le alleanze sono nel dna dell'Ulivo-PD. Una ben intesa vocazione maggioritaria è anche vocazione coalizionale. Il PD deve pensare a se stesso come partito unitario e, insieme, fattore di unità nel campo di centrosinistra. Sconcerta la circostanza che qualcuno si ostini a considerare la sconfitta strategica delle elezioni politiche come una mezza vittoria. A che serve un dignitoso 33% se pagato al prezzo della devastazione del centrosinistra, di un sistema di alleanze essenziale al centro e in periferia? Un centrosinistra che è uscito dalle urne più piccolo e più diviso. Chi sceglie il bipolarismo deve giudicare il risultato anche e soprattutto dal rapporto che si registra tra l'uno e l'altro polo. Il PD deve concepire se stesso come major party, come fratello maggiore, come motore e timone di una più vasta alleanza riformatrice. Certo, la sua estensione non può essere indefinita ma compatibile con un programma di governo e un progetto riformatore di più lunga lena. Ma il PD non può non farsi carico di tale tensione inclusiva e unitaria per cullarsi nel mito fallace della propria autosufficienza. Esso perciò deve coltivare programmaticamente una politica delle alleanze larga e senza pregiudiziali. Escludendo solo chi si esclude da un programma di governo audacemente riformatore. Sembra questo, a oggi, il caso dei partiti a denominazione comunista. Con tutte le altre forze di opposizione - quelle a sinistra del PD, l'IDV, l'UDC - si deve invece aprire un confronto in vista di auspicabili convergenze. Dissentiamo invece da chi teorizza un rapporto esclusivo ed escludente con l'UDC. Un partito che, anzi, fa problema più di altri nel momento in cui pratica la politica dei due forni, teorizzando che PD e PDL pari sono. A produrre le convergenze programmatiche concorrono le opzioni politiche complessive e dunque, pur non escludendo l'UDC, il dialogo sarà più agevole con quelle forze che hanno fatto una scelta di campo per il centrosinistra e che condividono con il PD la preoccupazione non di poco momento per i caratteri di una destra non rassicurante sul piano della tenuta democratica.


Un modello istituzionale che preservi il bipolarismo


L'Ulivo fu reso possibile dall'introduzione della legge elettorale maggioritaria e dalla sua spinta aggregativa verso il bipolarismo. Così come un contributo decisivo (più di quanto noi se ne sia consapevoli) alla dissoluzione dell'Ulivo è venuto dal porcellum. La prima opzione del PD, in tema di legge elettorale, deve essere e rimanere quella del ripristino di un sistema che, confermando il maggioritario, permetta anche la misurazione della rappresentatività delle forze politiche come fece, pur con i suoi limiti il "mattarellum". Le soluzioni sono molteplici e la legge elettorale è un mezzo, non un fine. Il fine è piuttosto quello di preservare e razionalizzare il bipolarismo. Decisivi al riguardo sono i collegi uninominali. Di sicuro, vanno contrastate le soluzioni elettorali che scardinano il bipolarismo, che favoriscono un centro mobile e pendolare tra i due schieramenti, foriero di instabilità e di trasformismo. Ripetiamo: nessuna preclusione verso l'UDC, ma neppure rincorsa affannosa e corteggiamento scomposto. Non è saggio, non è prudente impostare l'intera strategia delle alleanze consegnandosi per intero agli incerti e volubili calcoli dell'UDC. Interlocuzione e dialogo sì, ma incalzandola con la sollecitazione a una scelta di chiarezza che è in capo ad essa, per non trovarci spiazzati se tale scelta volgesse nel senso di un ritorno all'alleanza con il centrodestra .

Sul piano delle riforme istituzionali, avvertiamo tre esigenze. La prima è quella del rafforzamento degli istituti di garanzia posti a presidio degli equilibri costituzionali messi sotto tensione in questi anni, con particolare attenzione al ruolo decisivo del pluralismo e dell'autonomia dei sistemi di informazione. La seconda concerne la difesa delle prerogative del parlamento, che non è affatto in contraddizione con la cura per la stabilità dei governi. Esigenza reale, quest'ultima, nel quadro di una democrazia governante che ci abiliti a tenere il passo dei nostri partner-competitori europei. Berlusconi, il cui strapotere è extraistituzionale, passa, le istituzioni restano. Infine, lo sviluppo del processo federalista, che ci vede favorevoli a due condizioni: che non si svolga a rimorchio dell'egoismo sociale e territoriale della Lega, cioè a discapito dell'unità e della coesione nazionale ed esorcizzando la questione meridionale; che non si nutra di ammiccamenti, di furbizie, di tatticismi, nell'illusione di sfilare la Lega a Berlusconi. Il federalismo è scommessa alta ma anche insidiosa, è cosa troppo seria, materia troppo esplosiva per imbastirci sopra giochi tattici e manovre di corto respiro.

 

***


Queste sono le nostre idee, i nostri punti fermi. Con questi vogliamo qualificare il nostro sostegno alla candidatura di Pierluigi Bersani, certi che li vorrà accogliere per costruire un Partito davvero Democratico, per l'Italia.

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31 Maggio 2015
Postato da Redazione

Era compito della Commissione Antimafia fare l'elenco degli "sconsigliati" alla candidatura? Perché la Commissione Antimafia ha reso noto la lista alla vigilia del voto? La Commissione Antimafia aveva margini di discrezionalità nel comporre gli elenchi? Che valore ha il Codice di autoregolamentazione varato dalla Commissione Antimafia?
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