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20/7/2010

Grande coalizione? No grazie
di Franco Monaco - da Il Riformista


Da fiero antiberlusconiano (nel senso illustrato qui in una lettera al direttore Polito) dovrei apprezzare la dichiarata disponibilità del PD verso governi di larghe intese, una disponibilità subordinata alla rinuncia di Berlusconi alla leadership. Disponibilità adombrata dai vertici PD e avanzata in termini più espliciti e argomentati da D'Alema. Da sempre il più incline a una politica diciamo così di movimento, bollata dai suoi critici come tatticismo/politicismo. Una politica che si affida più all'arte combinatoria dei politici di professione, che non alla fiducia di convincere e di vincere le competizioni elettorali.

Effettivamente l'idea non mi persuade, mi pare una scorciatoia fallace, ancorchè essa faccia leva su due classiche motivazioni: una condizione emergenziale, specie sul versante dell'economia, e la tesi secondo la quale "fare politica" significa interloquire, interagire, condizionare i processi reali, rifuggire da posizioni radicali meramente testimoniali. Un refrain che conosciamo.

Prima di argomentare le mie riserve, registro una sorprendente concordanza su questa linea dentro il PD. Dove sono finiti i cantori della vocazione maggioritaria del PD, quelli che, in nome di un velleitario bipartitismo, ripudiavano non solo (e giustamente) la confusione tra i due schieramenti ma addirittura (autolesionisticamente) le alleanze dentro il campo del centrosinistra? Quelli che, marcando (giustamente) una radicale alternatività a Berlusconi e al berlusconismo, tuttavia semmai del Cavaliere apprezzavano il contributo all'instaurazione e alla tenuta del bipolarismo.

Ma vengo alle mie obiezioni. La prima e decisiva e' che tale ipotesi non esiste, non ha nessuna chance effettiva. Berlusconi non leverà il disturbo perchè glielo chiediamo noi (e magari farebbe piacere a Napolitano). Se qualcuno faceva affidamento su Tremonti, egli ha provveduto a sgombrare ogni illusione con la sua intervista a Repubblica. Perchè allora esporsi inutilmente con proposte azzardate e controverse che accreditano piuttosto l'idea di una nostra debolezza al limite dell'impotenza? Offrendo il fianco alla facile e non del tutto infondata accusa che noi si confidi più nelle manovre di palazzo, nelle transazioni parlamentari che non nella nostra capacità di spuntarla in una competizione aperta ove il giudizio e' affidato agli elettori.

Seconda obiezione: davvero si pensa che il problema sia la persona di Berlusconi? Da gran tempo e ogni santo giorno abbiamo sostenuto la tesi di una radicale, irriducibile opposizione tra noi e questa destra. Come proporre d'improvviso di sommare i voti in parlamento, di fare un governo insieme o sostenuto da entrambi? Come illudersi che basti evocare l'emergenza (sulla cui natura e dimensione ci siamo profondamente divisi) per immaginare che le ricette siano le medesime? Dopo aver sostenuto con enfasi l'esatto contrario. Anche la narrazione deve rispondere a un minimo di coerenza.

Terza riserva. L'Udc dovrebbe essere tra i protagonisti di tale passaggio. Anzi, essa rivendica la primogenitura nella proposta di un governo di responsabilità nazionale imperniato su larghe intese. Solo che: 1) per Casini la premiership di Berlusconi non e' affatto da escludere, ma in certo modo da mettere nel conto in un nuovo governo da lui presieduto; 2) non fosse stato per il perentorio niet di Bossi, Casini già aveva mostrato una sua "generosa" disponibilità; 3) per l'Udc, una tale soluzione di governo sancirebbe la fine, anzi il fallimento, del bipolarismo e la restaurazione di un sistema multipartitico informato a logiche proporzionalistiche e a governi che si fanno e si disfano in parlamento. Sta bene non essere dottrinari cultori della democrazia maggioritaria, ma nemmeno essere assolutamente indifferenti a una visione di sistema e ignari dei limiti del primo tempo della Repubblica. Anche perchè quei limiti, pagati a caro prezzo, erano tuttavia compensati da signori partiti che oggi non ci sono più. Avremmo il vecchio sistema con i nuovi attori, contrassegnati da tutti i vizi ma senza le virtù dei partiti storici.

Quarto nodo: la Lega. A tutt'oggi legata a filo doppio a Berlusconi, ma - confessiamo l'inconfessabile - cui settori del PD guardano non disdegnando, in prospettiva, un rapporto e magari un'alleanza che faccia leva su federalismo e proporzionale. Tutto si può discutere laicamente, anche di un dialogo con la Lega di cui però non ci devono sfuggire i risvolti problematici. Ma appunto discutendone a viso aperto dentro una prospettiva strategica. Insomma Berlusconi rappresenta un grande problema, ma il problema non e' solo Berlusconi e comunque la sua rinuncia alla leadership e', insieme, improbabile e insufficiente.

In sintesi, c'e' troppa improvvisazione e tatticismo in una proposta che scommette su troppe variabili incerte e controverse (Udc, Fini, Tremonti, Lega). Troppe cose non chiare e non dette, neppure a noi stessi. Ecco perchè, pur consapevole di espormi all'accusa di rinunciare a "fare politica" (già, che significa?), penso sia meglio non abbandonare la via maestra e affidarsi a messaggi limpidi: l'impasse della maggioranza di governo e la vocazione politica del PD suggeriscono di non avventurarsi su sentieri problematici e velleitari, ma di mirare dritto e alto a una nitida alternativa, anche se essa non e' dietro l'angolo ma esige tenacia, pazienza, lungimiranza. Fiducia in noi stessi e negli italiani.

Come vedi, caro Polito, oggi tocca a un antiberlusconiano come me richiamare che rimuovere Berlusconi da palazzo Chigi non e' tutto. O che essa e' impresa utile e praticabile solo nel quadro di una più ambiziosa e convincente proposta alternativa. La parola d'ordine con cui Bersani ha vinto il congresso PD.

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