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27/7/2010

Fini e noi
di Franco Monaco - da Europa


È difficile fare previsioni sull’esito del conflitto che segna l’attuale stagione politica dentro il Popolo della libertà. In prima battuta, è sostenibile la tesi secondo la quale, in un partito di grandi dimensioni, è da mettere nel conto una certa articolazione di posizioni. Basta che siano chiare le regole che disciplinano la vita interna di tale formazione politica. Ma subito insorge l’obiezione: il Pdl è un partito secondo l’accezione classica, quella disegnata nell’articolo 49 della Costituzione? Manifestamente no. Lo rilevò, allarmato, Norberto Bobbio all’atto del debutto di Fi. E il Pdl, checché se ne dica, nella sua costituzione materiale, ancora in larga misura ne rappresenta il prolungamento, senza soluzione di continuità: il predellino del capo o, al più, un comitato elettorale a struttura monarchica.

Ecco la prima, insanabile contraddizione. Quando Fini chiede di istituzionalizzare una minoranza interna al Pdl, a ben riflettere, prospetta non già una correzione ma un rovesciamento della concezione e dell’impianto del Pdl e della sua costituzione materiale. In breve, chiede l’impossibile. Ma, oltre alla questione cruciale della forma partito, c’è, non meno spinosa, la questione del merito delle divergenze. I colonnelli di Fini, che già da tempo lo avevano mollato per passare in presa diretta alla corte del Cavaliere, fanno leva, come sempre in questi casi, su argomenti a metà strada tra il pretesto e le mezze verità. Fanno osservare che talune posizioni di Fini sono maturate dopo la svolta di Fiuggi, che sono state sviluppate nel segno di un percorso largamente personale, che infine esse si discostano da quelle proprie di una destra tradizionale. Al riguardo si fa riferimento a due campi tematici esemplari: l’immigrazione e la bioetica. In parte è un alibi, ma in parte lo si può sostenere.

Tale argomento non vale invece su altri fronti non a caso stressati più di recente da Fini (e riproposti con enfasi nella tradizionale cerimonia del ventaglio con i giornalisti parlamentari, prima della pausa estiva). Alludo a etica, legalità, Costituzione. Su di esse, ha notato il presidente della Camera, s’ha da essere «intransigenti ». Nell’ordine: era propria della destra missina una concezione severa della moralità pubblica, che trascende i parametri stessi della legalità e che si concretava in una concezione della politica rigorosa e sacrificale, di sicuro lontana da opportunismo ed affarismo; così pure una visione legalitaria al limite dell’autoritarismo, agli antipodi di certo anarchismo borghese o di sinistra, che mai avrebbe potuto avallare strappi nella macchina della giustizia posta a presidio della sicurezza dei cittadini; infine, la Costituzione, in origine percepita come estranea (il Msi fu tra i pochi che non la votarono nel 1948 all’atto del suo varo), ma poi fatta propria da An con la svolta di Fiuggi e la susseguente esperienza di governo. Una conquista tardiva e perciò ancor più preziosa per una destra finalmente non più esclusa dall’“arco costituzionale”.

Su questo terreno oggi misuriamo i molti meriti di Fini e, conseguentemente, non possiamo non apprezzare le sue battaglie. E tuttavia, sui suoi molti meriti, fa premio un più grande torto. Lo esprimo in forma interrogativa: come può egli immaginare di impostare l’azione politica sua e del Pdl su principi-valori quali l’etica, la legalità, la Costituzione – cioè su “a priori” non negoziabili e universali rispetto all’articolazione delle posizioni politiche – stando organicamente insieme, in un medesimo partito, con Berlusconi? Del quale tutto si può dire meno che non sia stato e sia, nel tempo, coerente con se stesso. Nella concezione della democrazia, dello stato, del partito.
Nell’anomia e nel leaderismo populista.

Eppure Fini dovrebbe conoscere Berlusconi meglio di ogni altro, avendoci cooperato gomito a gomito per sedici lunghi anni. Qui sta , a mio avviso, la madre di tutte le contraddizioni. Possiamo certo politicamente tifare per Fini e per la sua battaglia mirata a forgiare una destra liberale di stampo europeo, sconfiggendo le derive populiste, ma, in punto di logica, le sue pretese sono oggettivamente esorbitanti e velleitarie, dentro il Pdl. Se ne ha conferma nella linea di comportamento seguita da Fini e dai suoi seguaci in queste settimane a fronte del profluvio di inchieste giudiziarie che hanno per protagonisti uomini del “giro stretto” del premier. Tutti uomini del presidente. Che agivano per lui o grazie al potere acquisito grazie a lui e comunque secondo moduli di cui lui è il prototipo e l’emblema. Inchieste le più diverse ma che sempre offrono lo spaccato di un sistema di potere il cui baricentro e garante è immancabilmente lui. Il re sole di quell’universo. È dunque patetico e francamente ipocrita chiedere al premier e leader del Pdl di marcare le distanze da Dell’Utri, Verdini, Cosentino, Brancher… Sia perché talvolta è risultato chiaro che egli non se lo può permettere, sia e soprattutto perché è come chiedergli di dissociarsi da se stesso.

Tale, insanabile contraddizione è così evidente che, oltre un certo limite, Fini passa dalla parte del torto. Lo stillicidio dei suoi distinguo, sempre parziali e mai definitivi, non può durare all’infinito. La stessa sua doppia veste di presidente della Camera e di leader dell’opposizione interna al Pdl, alla lunga, si fa insostenibile. Nuoce a quell’idea alta dell’istituzione parlamentare, al cui presidente compete un ruolo superiore di garanzia, che pure egli apprezzabilmente si intesta. L’opposizione, che ha una funzione costituzionale in ogni democrazia, è politicamente e comunicativamente oscurata dalla linea di frattura tutta interna alla maggioranza. Non è solo colpa della debolezza del Pd, è anche effetto dell’alterazione di sistema originata da quel conflitto endemico e permanente.

Tra i costi spesso trascurati di tale distorsione sta anche l’illusione delle scorciatoie che fa breccia tra noi. Penso all’evocazione di governi di larghe intese che ci distolgono dalla missione che il Pd si è assegnato all’atto della sua fondazione e ancora nel suo congresso: quella di puntare dritto e alto a una limpida alternativa, confidando di poter vincere convincendo gli elettori dentro un’aperta competizione e non semplicemente di liberarci della persona Berlusconi attraverso manovre parlamentari. Manovre difficili da spiegare ai nostri elettori, dopo aver predicato a tempo e fuori tempo il contrasto radicale tra le loro e le nostre politiche un po’ su tutti i fronti. Un governo Tremonti-Bersani-Casini-Bossi? Il solo accostamento dei nomi fa sobbalzare. Abbiamo dato vita al Pd all’insegna di grandi ambizioni, non possiamo permetterci di ridurlo a una Udc solo un po’ più grande.
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